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Cos’è la Comfort Zone? Ostacola o favorisce i processi innovativi aziendali?

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Comfort zone vs adventureUno degli aspetti che possono essere utili nel comprendere i processi di cambiamento, riguarda l’analisi della così detta comfort zone e, nello specifico, le ragioni per le quali non è facile metterla da parte e fare qualcosa di diverso.

In ambito aziendale, è un concetto che viene proposto per enfatizzare comportamenti e scelte personali che sono orientate al mantenimento dello status quo, piuttosto che alla ricerca di cambiamenti o scenari mutevoli.
Per comfort zone si intende quindi tutto ciò che risulta conosciuto, ampiamente sperimentato e che viene mantenuto invariato nel tempo. Per questo motivo, essa non include solo aspetti positivi: può riguardare anche situazioni che non ci rendono pienamente soddisfatti. Le paure e le preoccupazioni che si ripresentano uguali e costanti possono rappresentare una zona di comfort, nella misura in cui siamo ben consapevoli di come sono fatte, come gestirle, quali esiti avranno.
Plausibilmente, stare nella comfort zone porta con sé alcune implicazioni positive, sia che si tratti di mantenere situazioni vantaggiose, sia che si tratti di gestire situazioni con risvolti meno appaganti: ci offre la possibilità di non doverci confrontare con ciò che non conosciamo, togliendoci dalla fatica di doverci misurare con scenari di cui non abbiamo esperienza e eliminando il rischio di andare incontro a dei possibili insuccessi o fallimenti.

Dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali, la comfort zone può essere immaginata come l’esperienza che vive una persona che ha sperimentato la validazione di una propria ipotesi, su se stessa, sugli altri, sull’azienda, e quindi continua a usarla per anticipare gli eventi e muoversi nel mondo. La scelta di ripoporre teorie che si sono dimostrate valide per immaginare il futuro ovviamente ha senso ed è utile, perchè permette di non essere immersi nel caos e nell’imprevedibilità completa, ma può diventare un limite nella misura in cui preclude nuove esperienze. Questo limite si fa particolarmente evidente in ambito aziendale, in cui i manager si confrontano costantemente con scenari in continuo mutamento, dove le soluzioni trovate oggi, molto probabilmente non saranno più adatte a rispondere alle esigenze del mercato nei prossimi anni. Per essere competitivi, occorre quindi la volontà di mettersi costantemente in discussione, di essere pronti a guardare le cose e ad agire in modo diverso da quanto fatto in precedenza.
Ecco quindi che l’alternativa rappresentata dalla comfort zone non può essere percorribile per un manager, poiché comporta il rischio di scoprirsi un giorno non più al passo con la varietà richiesta dal mercato ed estraneo agli aspetti che rendono competitiva le aziende, incapace di governarne i cambiamenti.
Paradossalmente, accettare la dose di incertezza che deriva dall’uscire costantemente dalla propria comfort zone, sembra essere la strada più sicura per evitare poi di trovarsi in una situazione in cui si è lontani dall’avere gli strumenti utili per affrontarla e in cui gli eventi sarebbero talmente imprevedibili da metterci in una situazione di paralisi.

La comfort zone rappresenta dunque una replica continua che, pur offrendo una certa misura di benefici, tra cui la sicurezza e la stabilità, ci vede intrappolati e impedisce i cambiamenti. Certo, abbandonarla non è garanzia che le cose andranno meglio e probabilmente richiederà una buona dose di fatica e coraggio, ma sembra essere l’unico modo per creare le condizioni per nuovi risultati, nuovi successi.

Usando una metafora grammaticale, possiamo immaginarci la comfort zone come una frase affermativa e l’uscita da essa come un periodo ricco di nuove domande. Molto probabilmente non tutte troveranno risposte e forse sarà necessario imparare a sostituire alcuni quesiti con altri che possano aprire scenari più interessanti, ma questo rappresenta un cambio di prospettiva che muove il motore del cambiamento.

In termini più ampi, viene naturale chiedersi quali siano le implicazioni per un’azienda nel momento in cui i manager accettano le sfide dettate dall’USCIRE DALLA ZONA DI COMFORT. Una prima riflessione riguarda l’incremento del processo innovativo: l’azienda può favorire un flusso costante di informazioni, idee, domande, scambi che siano terreno fertile per accelerare la possibilità di vedere e sperimentare le cose da punti di vista diversi rispetto a quelli finora utilizzati. L’innovazione infatti non può prescindere dall’apprendimento: richiede che si passi da una comfort zone, in cui le cose già si conoscono, ad una “learning zone” in cui si è disposti a rimettere se stessi e le proprie convinzioni in discussione.
Promuovere questo tipo di approccio non significa tuttavia lasciare al caso l’esito delle proprie performance, o pensare che una scelta vale l’altra, o essere pronti a qualsiasi tipo di fallimento pur di sperimentare qualcosa di nuovo. Al contrario, una cultura di questo tipo è governata da processi di monitoraggio ben precisi, in cui le proprie scelte sono messe a verifica, analizzate in base alle possibilità che aprono e a ciò che precludono, modificate e accantonate con rapidità nella misura in cui non risultino funzionali agli obiettivi aziendali.
È chiaro che scegliere il cambiamento non significa abbandonare sempre e costantemente le proprie zone di comfort: esse devono essere viste come un punto di partenza, come una base dalla quale progettare nuovi esperimenti per costruire nuovi risultati, piuttosto che un traguardo al quale fermarsi.

 

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