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Rigore e creatività nel management: antitesi o sintesi?

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Il Journal of Management Studies ha recentemente pubblicato un articolo, scaricabile gratuitamente, in cui si discute il rapporto esistente negli studi sul management tra rigore e creatività. Gli autori evidenziano come spesso questi due termini siano posti implicitamente in antitesi, come se la creatività sia qualcosa che prescinde o addirittura sia ostacolata da un approccio rigoroso.

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La tesi proposta vuole invece sottolineare come il rigore scientifico favorisca e accelleri lo sviluppo e la validazione sia delle teorie che delle metodologie nell’ambito della ricerca sul management. Da un lato infatti la costruzione di teorie e modelli richiede un rigore nella definizione delle possibilità analitiche e dei campi di applicazione. Dall’altro una metodologia non rigorosa non permette di definire  quali siano i vincoli operativi nella realizzazione di una ricerca e nella conseguente individuazione dei risultati.

L’assunto sul quale si muovono gli autori è un’interconnessione, un’indentità tra teoria e metodologia, tra vincoli e possibilità, in cui rigore e creatività rappresentano un ciclo virtuoso e non gli argomenti di un’antitesi. Questa prospettiva è sovrapponibile alla formulazione di creatività data da George A. Kelly, fondatore della Psicologia dei Costrutti Personali. Nelle sue parole la creatività è un ciclo, o meglio una sequenza di cicli,  “che inizia con una costruzione lassa e si conclude con una costruzione stretta e validata” (Kelly, 1955/1991, p. 388), laddove sono lasse quelle costruzioni, come la creatività, che conducono a predizioni variabili e sono strette quelle che conducono a predizioni invariabili (come una metodologia rigorosa).

Emerge una visione della scienza in cui la possibilità di verificare le nostre ipotesi è l’unico modo che noi abbiamo per dare, creare un senso sul mondo e sugli eventi nei quali ci muoviamo. Nei termini della Psicologia dei Costrutti Personali questo assunto è valido non solo nella ricerca, ma anche nella nostra vita quotidiana. Possiamo considerare così la capacità di predizione non come un fine in sè, bensì “come un modo per mettere alla prova la nostra comprensione” (Bannister, Fransella, 1971/1986, p. 169).

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