La ormai famosa rivista The Leadership Quarterly festeggia 25 anni di attività. Nel commemorare questa lunga storia gli editori hanno chiesto ad alcuni membri del board editoriale di scrivere una review delle pubblicazioni sulla leadership degli ultimi 25 anni. Tale review si focalizza però sull’analisi delle metodologie qualitative e storiometriche (Parry et al., 2013) e non sui tradizionali studi quantitativi e psicometrici. Gli assunti da cui si muovono gli autori sono due:
- gli studi sulla leadership hanno dedicato sempre maggiore attenzione agli approcci qualitativi;
- tale trend rappresenta un cambio di paradigma nelle strategie e nei metodi di ricerca in generale.
Se fino agli 80′ gli studi sulla leadership erano suddivisi in modelli teorici e ricerche quantitative su ampi campioni, oggi giorno sono sempre più frequenti case studies, analisi linguistiche e storiometriche. In tali studi sono infatti confluiti due approcci di ricerca squisitamente qualitativi: la Grounded Theory e la Content Analysis. La Grounded Theory (Glaser et al., 1999) è una metodologia delle scienze sociali che ribalta il modo di pensare tipico della scienza. Se la ricerca tradizionale formula una teoria e poi ne cerca conferma nei dati, la Grounded Theory assume che la teoria debba invece emergere dai dati. Secondo questa prospettiva il ricercatore deve sospendere i propri giudizi sino alla conclusione di una prima fase di analisi dei dati. Alla base di questo approccio vi è la convinzione che la scienza non sia altro che l’insieme delle personali interpretazioni di uno o più scienziati. Pertanto la metodologia deve chiaramente elicitare l’intervento interpretativo del ricercatore nella raccolta dei dati, nella loro analisi e nella formulazione di una teoria esplicativa. Nè i dati nè le teorie sono infatti scoperte, ma rappresentano bensì una costruzione più o meno condivisa tra ricercatore, partecipanti e comunità scientifica: “l’attività scientifica non riguarda la natura, è piuttosto una violenta lotta nel costruire la realtà” (Latour & Woolgar, 1986, p. 243).
Tutto questo non sminuisce certo il valore della ricerca nè sicuramente la validità (o meglio estendibilità) dei suoi risultati. Un simile approccio mira infatti a rafforzare il rigore metodologico a partire dalle criticità emerse nel modello tradizionale. La Content Analysis (Krippendorff, 2004), ovvero l’analisi del contenuto linguistico, ha seguito tale prospettiva sino a rendere un metodo apparentemente non replicabile un gold-standard della moderna ricerca. Integra infatti le usuali procedure statistiche (applicate stavolta a parole e temi narrativi) con un approccio dal basso (ovvero a partire dai dati) nel definire le possibili teorie esplicative. Ciò di cui stiamo parlando non è una mera dissertazione accademica, è una vera e propria innovazione che ormai ricorre dentro e fuori il mondo del management. Sam Palmisano (George, 2012), ad esempio, nel riformulare la strategia dell’IBM chiese ai suoi dipendenti quali fossero gli aspetti irrinunciabili della vision aziendale. Utilizzando un software di analisi del contenuto individuò i temi più ricorrenti che divennero poi la teoria di riferimento nella riorganizzazione strategica.
Un’assessment efficace delle caratteristiche di un’organizzazione, a fini di ricerca o di valutazione interna, deve e può integrare sia strumenti quantitativi che qualitativi. Se ad esempio un CEO deve valutare il proprio management non può accontentarsi solo degli outcome produttivi. Un manager è tanto più efficace tanto più corrisponde alla definizione condivisa tra colleghi, subordinati e job descriptions. Coniugando analisi qualitative delle percezioni dei dipendenti con indicatori quantitativi (performace, test psicometrici, etc.) si può giungere ad una gap analysis tra un profilo ideale ed uno attuale.